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Una voce dalle Marche
politica interna
29 gennaio 2012
MACERATA COME PESARO
La Provincia di Macerata aderisca e promuova, come ha fatto quella di Pesaro-Urbino, la cittadinanza onoraria ai “nuovi italiani”. E’ difficile guardare negli occhi chi da tanti anni vive nel nostro paese, rispettando le leggi, pagando le tasse, ma non ha i diritti che scaturiscono dalla cittadinanza.
Chi è figlio di immigrati regolarmente residenti nelle nostre comunità, è nato qui o ha compiuto almeno due cicli di studi nelle nostre scuole, è un italiano.
L’iniziativa assunta dalla Provincia di Pesaro-Urbino, apprezzata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, merita di essere raccolta ed estesa in tutto il territorio marchigiano.
Da questo punto di vista è utile anche il protagonismo dei Comuni, perché dal basso si dia una risposta alla crisi, non chiudendosi e favorendo atteggiamenti egoistici, che ci rendono più soli, più impauriti e diffidenti, ma aprendoci, coinvolgendo nuove energie e risorse, scommettendo su noi stessi e gli altri.
Non solo le statistiche e le proiezioni demografiche del prossimo futuro dovrebbero spingerci a questo, ma la volontà di creare fiducia e speranza nel futuro, nella reciprocità e nella solidarietà.
 
 
Daniele Salvi
Consigliere provinciale Pd



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CULTURA
27 gennaio 2012
Intellettuali e cultura.

La cultura per ripartire. Gli intellettuali per le Marche. Questo è il titolo della due giorni in svolgimento all’Abbadia di Fiastra per iniziativa della Regione Marche. Appuntamento inattuale nella sua originalità.

Dove poggiare il piede per uscire dalla grande contrazione? Ripartire, cioè partire di nuovo. Sì, tornare a muoversi, ma non alla stessa maniera di prima. La ripartenza implica un’interruzione, una cesura, di quello che nell’immaginario è stato un moto rettilineo uniforme e che invece si è rivelato crescita illusoria, deregulation mercatista e morale, volatilità della finanza, debito e diseguaglianze. Se si trattasse soltanto di riprenderlo quel moto, seguendo lo stesso ritmo e la stessa direzione, ci consegneremmo ad uno stallo peggiore o a fatali recessioni.

Mario Tronti ha scritto che il tentativo di un nuovo inizio nasconde in realtà sempre un fallimento.

Da dove muovere dunque? Con quale passo e in quale direzione? Dalla cultura, dalla sua natura ancipite. Dal suo essere patrimonio e oggettivazione, orizzonte e determinazione, scenario e prassi concreta. E dalla sua medesimezza, dall’essere pur sempre cultura, aria e respiro insieme. Dalla crisi si esce con una svolta, con l’affermarsi di un paradigma culturale differente, che non è un atto volontaristico, un colpo di pistola, ma qualcosa che è già in gestazione in tanti luoghi più o meno abitati, nelle pratiche più o meno buone e in soggetti spesso dispersi, che abbisognano di qualcuno che tiri un filo.

E’ essenziale, è vitale. La grande cesura sta cambiando i costumi, i modi di vivere, di produrre e di consumare. Una diversa stratificazione valoriale, economica, sociale e comportamentale si sta affermando, anche nella nostra regione. Attendiamo che una nottola spicchi il volo, anche se la notte ormai è già inoltrata. La distingueremmo tuttavia e ci aiuterebbe a rinominare le cose. Ma tant’è.

Interpellare gli intellettuali è arduo nell’epoca che ha infranto le barriere tra mente, cervello e corpo, tra intellettuale e manuale. Chi è l’intellettuale oggi? Tuttavia, provare è necessario, se non vogliamo soltanto gestire le durezze della crisi, ma intercettare germi di civilizzazione.

Al silenzio che ha preceduto la crisi speriamo che segua la loquacità dell’alba, purchè sia prolifica e impegnata. La crisi è il frutto della sfioritura dei talenti, di un decadimento culturale, di un pensiero irresponsabile; il grande cambiamento ha bisogno di un profondo lavoro culturale.

Lavoro, appunto, parola simbiotica a cultura, perché hanno in comune il sapere e la creatività dell’umano. Dobbiamo tornare a declinare parole come dovere, sapere, lavoro, solidarietà, sostenibilità, partecipazione, democrazia.

Possiamo attrezzarci per difendere la cultura, ma vinceremo se sapremo rinnovare luoghi e istituzioni culturali, aprirli a nuovi contenuti e a forme sostenibili di gestione, metterli in rete con altre esperienze, superando gelosie e ritrosie, contaminandoli.

Cambiamento e rinnovamento hanno bisogno d’istituzioni solide e di politiche pubbliche coraggiose, richiedono una statualità più forte, non più grossa, e che l’intervento pubblico, sempre più selettivo, possa giovarsi di una rete di mediatori forti che condividono un progetto di riforma.

La grande riforma è oggi quella della reciprocità e della sussidiarietà. Di chi comprende che politica e cultura devono tornare a darsi la mano, perché è sempre più rischioso decidere senza bussola o viceversa dedicarsi a costruire raffinati strumenti che non indicano mai una rotta precisa.

E’ tempo di una nuova stagione d’impegno, in Europa come nelle Marche, per non smarrire il mondo della vita, per liberarci degli schemi che ci hanno ingannato, per dare prospettiva ad un nuovo sviluppo, per rispondere a chi ci ferma per strada.

 

Daniele Salvi




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politica interna
22 gennaio 2012
Marco Severini: "Piccolo, profondo Risorgimento", Liberilibri, Macerata 2011, pp. 191.


"Quanto mai prolifica l'attività di questo storico marchigiano che nella ricorrenza dei 150 anni dell'Unità d'Italia ci ha regalato altri importanti lavori come il volume collettaneo su 'Le Marche e l'Unità d'Italia' e quello su 'La Repubblca romana del 1849', insieme a tanti articoli e conferenze in giro per il territorio regionale e nazionale. Questo volumetto, pubblicato da una piccola casa editrice marchigiana di grande qualità, è anch'esso, secondo lo stile di Severini, una galleria di personaggi e situazioni storiche in apparenza minori, ma che in realtà gettano luce sulla profondità del processo risorgimentale. Si passa dal Mazzini di 'Fede e avvenire' alla figura di Antonio Bellati, rivoluzionario malgré soi durante le Cinque giornate di Milano e poi finito a governare la Provincia di Ancona, dal generale Andrea Ferrari, napoletano al servizio degli ideali repubblicani nella Roma del 1849, di cui si ricorda una spedizione ad Ascoli Piceno contro il brigantaggio sanfedista, al rapporto d'amore tra Faustina Bracci e Carlo Armellini, che vissero per un anno a Macerata, allora capoluogo delle Marche pontificie, e che poi condivisero l'esperienza della Repubblica romana, dal ritratto del funzionario sabaudo Lorenzo Valerio, che resse le Marche dell'unificazione, alle vicende della resistenza sanfedista di Civitella del Tronto, fino alla sua capitolazione, dalle figure di intellettuali e scrittori marchigiani come Mamiani, Polidori, Ugolini e Mercantini a quella recentemente riscoperta di Lorenzo Bettini, maestro e pedagogista tra le Marche e Venezia, dalla rivalutazione della storiografia risorgimentale alla prospettiva di ricerca sul ceto notabilare, maggiore e minore, nella storia d'Italia, fino alla figura avvincente di Cristina Trivulzio di Belgioso, prima donna d'Italia. L'intento è quello fare storia del Risorgimento, senza retorica e in modo asciutto, affinchè la riscoperta dell'Ottocento italiano, come secolo decisivo del nostro carattere nazionale, ritrovi anche in patria una sua attrattività, dal momento che all'estero è invece da sempre oggetto di un'attenzione particolare, come ha dimostrato l'interesse per esso di tanti storici stranieri. Insieme a questo l'autore si propone non solo di divulgare, ma anche di evidenziare la partecipazione dei territori al processo di unificazione nazionale, in particolare quelli delle Marche, il cui contributo richiede ancora di essere ulteriormente indagato per capire -come nel caso della nostra Italia- le radici della nostra identità regionale e del suo processo di regionalizzazione per certi versi ancora incompiuto".




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politica interna
17 gennaio 2012
Federico Rampini: " Alla mia Sinistra", Mondadori, Milano 2011, pp.221.

"Il libro di un giornalista di razza che si legge tutto d'un fiato. Rampini c'ha abituato ad aprire la testa e a sprovincializzarci con i suoi libri, nei quali nel corso degli ultimi sette-otto anni ha solcato il mare della globalizzazione, aderendo alle sue pieghe. Questa volta egli si rivolge ad una generazione, quella dei cinquantenni, ad un'esperienza, quella di tanti che come lui si avvicinarono alla politica e militarono nel Pci, e a tutti quelli che -come recita il sottotitolo- 'vogliono sognare insieme a me' una nuova Sinistra. Il libro muove da un esame di coscienza, dove abbiamo sbagliato, se il mondo è giunto alla Grande Contrazione, termine con il quale egli chiama l'attuale crisi, e se una personalità come Obama, sulla quale tutto il mondo aveva riposto una grande speranza, è già ormai per molti -soprattutto negli Stati Uniti d'America- una grande delusione. Rampini descrive un mondo in vorticoso cambiamento; la crisi ci consegnerà modi di produzione, di consumo, di costume e di vita profondamente diversi da quelli che conoscevamo; la sinistra ha davanti a sè la possibilità d'interpretare un nuovo ruolo, se solo riuscirà a capire lo spirito del tempo. Alcuni punti fermi però stanno proprio in una rivisitazione del passato, sembra dirci l'autore. In primo luogo la crisi è stata il frutto di diseguaglianze giunte a livelli mai conosciuti prima; bisogna tornare alla Grande Depressione del 1929 per rintracciarne le similitudini e anche le difformità, ad esempio quella per cui, mentre allora gli Stati Uniti esplosero come potenza mondiale, oggi invece assistiamo al declino di una potenza imperiale, insidiata nel suo ruolo da paesi emergenti e da nazioni vicine al sorpasso come la Cina. F.D.Roosvelt e B.Obama: che differenza! Cina, India, ma anche Brasile, Russia, Sud Africa: lo sguardo dell'autore si allarga e ci guida alla scoperta dei nuovi equilibri mondiali e delle prospettive economiche, sociali, demografiche connesse alle dinamiche che interessano la crescita e lo sviluppo di nuove realtà continentali. In questo quadro l'Italia appare 'volgare e gaudente', un Paese dalle grandi potenzialità inespresse, che illumina ancora gli occhi degli stranieri che la conoscono, ma che ha perso credibilità agli occhi del mondo, illusa e presa in giro dal populismo a cui per vent'anni si è affidata. Rampini non smarrisce la grande corrente dentro cui è stato possibile che il nostro Paese e l'intero mondo occidentale fossero conquistati dall'egemonia culturale di una destra che ha posto a suo fondamento il detto reaganiano 'lo Stato non è la soluzione ai nostri problemi, lo Stato è il problema'; anzi, egli ci fa vedere come ogni innovazione della destra ha avuto alla base questo slogan, come tante novità che sembravano proseguire la temperie degli anni Sessanta e Settanta, in realtà ci hanno condotto, senza che ce ne accorgessimo in tempo, verso una prospettiva confezionata ad arte nei pensatoi e cantieri della destra neoliberista. Da dove riprendere il cammino, si chiede Rampini, da dove ripartire? Nel delineare le 'prove generali di un mondo che verrà' egli c'invita a tenere fermi alcuni aspetti: l'importanza del sindacato (non a caso il libro è dedicato a Bruno Trentin), del pubblico e di una sua gestione rigorosa ed efficace, della lotta alle diseguaglianze, la centralità di un'idea dello sviluppo sostenibile, di una nuova crescita legata ai beni comuni e ad un'economia dell'Abbastanza, l'importanza dei comportamenti legalitari, cooperativi e collaborativi, dell'istruzione e di chi se ne occupa, di un'educazione non permissiva, del merito, della persona umana con i suoi bisogni, dell'ambiente e delle nuove forme di energia, delle nuove tecnologie aperte e gratuite; ma soprattutto occorre ripartire dalla critica di una globalizzazione che deresponsabilizza il capitalismo fino al rischio di distruggere la democrazia e dalla riscoperta di una nuova dimensione fiduciaria, comunitaria, in cui conta meno la proprietà e di più le relazioni. Serve una nuova etica pubblica e un nuovo civismo che ispiri la necessità di 'uno Stato più forte, non più grosso', di un'economia di mercato, ma non di una società di mercato, che punti sul protagonismo delle donne, sull'integrazione degli immigrati, sulla responsabilità verso le generazioni future e su sacrifici che portino però il segno dell'equità".




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politica interna
12 gennaio 2012
Referendum, nuova legge elettorale e schiena diritta…
Referendum elettorali dichiarati inammissibili dalla Corte costituzionale. Addirittura cifre propagandistiche sulle firme raccolte, in verità sono risultate molte meno. Polemiche irresponsabili dell’Idv e dei pasdaràn referendari contro il Quirinale. Che c’azzecca, potremmo dire?

Le sentenze si rispettano. La vicenda la dice lunga, in primo luogo, su chi ha predisposto questi quesiti; bisogna dire che ha ottenuto un bel primato! Poi, possiamo dire che l’ultimo totem della Seconda Repubblica è caduto: quello per cui le riforme elettorali si fanno a suon di referendum, addirittura per ripristinare una legge, il Mattarellum, lacunosa e che era pur sempre un maggioritario di coalizione, ovvero una versione diversa della stessa anomalia italiana.

Resta il fatto che una nuova legge elettorale va fatta ed è bene che se ne occupi il Parlamento, esigendo che i rappresentanti del popolo, stanti le polemiche sulle loro remunerazioni, si adoperino e risolvano questo annoso problema.

Dobbiamo ringraziare ancora una volta il nostro Segretario Pier Luigi Bersani per non aver esposto il Pd a quella che sarebbe stata una figuraccia senza precedenti. L’onore della ditta è salvo. Egli ha dimostrato ancora una volta di avere la schiena diritta e di non piegarsi al primo vento che spira. Le proposte per ridare dignità a chi vota e a chi viene eletto le abbiamo. Ora facciamole valere nel massimo consesso della vita democratica del Paese.

Daniele Salvi




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politica interna
9 gennaio 2012
Liberalismo e sinistra. Che cosa ci dice il Presidente.

 

La lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla rivista Reset sulla figura di Luigi Einaudi e il contributo delle sue idee liberali alla Carta Costituzionale e alla politica economica dell’Italia post-bellica hanno aperto un interessante e non casuale dibattito sul rapporto tra liberalismo e sinistra.

Oggi che di fronte alla crisi economica si torna a parlare di fine di un lungo ciclo politico ed economico dominato dalle idee liberiste, dopo che negli anni Novanta del secolo scorso la sinistra è parsa una variante di queste idee più che la portatrice di un punto di vista autonomo, l’intervento del Presidente aiuta a ridefinire quel rapporto in termini più attuali.

Il suo, infatti, non è soltanto il ricordo di un insegnamento che conserva una sua validità, ma un vero e proprio contributo all’idea di un nuovo riformismo che dell’apporto del pensiero liberale deve avvalersi per rilanciare il progetto dell’integrazione europea e perseguire un nuovo equilibrio tra le esigenze di competitività del Paese e di riforma dello Stato sociale.

Al liberalismo einaudiano non può non guardare il Pdl, se vuol fare un passo in avanti verso l’idea di un centrodestra moderno ed europeo, lasciandosi alle spalle la stagione berlusconiana, ad esso non può non guardare il Pd, erede di quelle esperienze di governo nelle quali proprio un deficit di cultura liberale caratterizzò il tentativo di aprire e sburocratizzare la società italiana, rendendola più dinamica e più snella.

La sinistra riformista proprio a seguito di quella esperienza di governo ha potuto arricchire il proprio patrimonio culturale delle “verità” insite nell’approccio ideale e politico liberale, il che però oggi va messo alla prova di una stagione del tutto diversa, che a molti anche nel Pd potrebbe suggerire l’abbandono di quelle conquiste.

Attenti, sembra ammonire Napolitano. Superamento dei monopoli e dei corporativismi, rifiuto di scorciatoie neoprotezionistiche, lotta al debito e rigore di bilancio, liberalizzazioni e regole della concorrenza, alleggerimento dell’apparato statale e periferico, revisione della spesa pubblica ai fini di una sua riduzione e selezione, libertà come responsabilità individuale, sono i temi con i quali la sinistra deve continuare a fare i conti e che devono anzi ispirare una riforma profonda delle garanzie sociali e delle tutele del mondo del lavoro per una loro necessaria estensione a quanti ne sono oggi esclusi.

In questo senso, non si tratta di stabilire primati tra società civile e società politica, perché compito della società civile sarà quello di emanciparsi da tutele e protezioni politiche, spesso fonte di corruzione, e compito della politica sarà quello di favorire la crescita e il dinamismo delle iniziative economiche, in modo da rendere più robusto il nostro assetto produttivo.

Tutto ciò ha a che fare con l’atteggiamento del Pd verso il Governo Monti? Sarebbe sbagliato vedere nelle parole del Presidente intromissioni nella vita interna delle forze politiche e quindi anche in quella del Pd. Di certo il suo intervento stimola tutti, Governo e forze politiche, ad accettare fino in fondo il terreno di un confronto di merito sulle misure che dovranno favorire la crescita e l’apertura della nostra società in un senso appunto più liberale e in stretto collegamento con nuove politiche europee.

In conclusione, a noi Democratici, nel mentre critichiamo l’Europa delle destre e denunciamo la necessità di una svolta alla fine di un lungo ciclo liberista, il Presidente sembra dirci: non buttiamo il bambino con l’acqua sporca, approfondiamo il profilo di una sinistra democratica e liberale e avanziamo all’Europa e all’Italia una piattaforma per la ricostruzione che si fondi sull’idea di un riformismo liberale e solidale.

 

 

Daniele Salvi

 




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CULTURA
3 gennaio 2012
Wislawa Szymborska: "La fine e l'inizio", Libri Scheiwiller, Milano 2007, pp. 97 - ""Elogio dei sogni", RCS Quotidiani, Milano 2011, pp. 263.

                        

"Due raccolte di poesie, la prima per larga parte inclusa nella seconda, più completa, che rendono insieme a pieno l'estro di una poetessa impostasi con il Nobel del 1996 all'attenzione di tutto il mondo. La poesia della Szymborska non concede nulla all'aulicità, all'erudizione, alla letteratura per la letteratura, alla sentenziosità; è al contrario leggerezza, ironia, quotidianità, modernità, ma ciò non certo a discapito della profondità, anzi consente a questa di appalesarsi senza veli ed oscurità. La poesia sorge dallo stupore, il poeta è colui che coglie incanto e disperazione del vivere, l'essere umano è colui che nomina il fluire del mondo, in sè apparentemente insensato e indifferente, e per questo non riesce ad essere indifferente a sè stesso e agli altri, al comune destino mortale. Casualità e contingenza sono per il poeta la cifra del quotidiano; cogliere questo aspetto di ciò che ci circonda e ci attraversa è tutt'uno con la capacità di guardarlo da un punto di vista insolito o nella sospensione di un tempo irrituale. Da ciò sprigiona quella 'domanda in risposta a una domanda', che è l'essere stesso del poeta e l'apertura cui ci conduce la sua poesia. La poesia della Szymborska non per questo è scissa dal mondo, di cui si sente parte e complice verso le stesse specie animali, ma è amorevole nei confronti dell'umano, le sue grandezze e le sue miserie, ricondotte ad una essenzialità minimalista, che anche qui non pregiudica l'irriducibilità della singolarità umana, ma anzi l'avvalora, evidenziandone la peculiarità senza boria. Si è parlato spesso del carattere de-ideologicizzato della poesia di questa polacca che ha attraversato il cuore travagliato del Novecento del suo grande paese, ma la sua non è certo una poesia che rifiuta il confronto con la storia; semmai possiamo dire che l'ha invece talmente fatta propria e pensata che la sua poesia è anche una risposta (e insieme sempre una domanda) su come l'uomo può stare in questo mondo e nella società dei suoi simili, senza dover per forza coltivare l'odio per scorgere una ragione nel proprio essere. La sua è in altri termini una antropologia della sostenibilità, laica e democratica, che fa dell'interrogarsi il frutto stesso della creazione poetica di fronte alla meraviglia della vita e del mondo; che non prevarica, ma non rinucia ad una risposta di senso; che si rende accessibile a tutti, perchè la poesia frequenta i sentimenti, le esperienze e le circostanze che ciascuno vive. Mondo della vita e irriducibilità della persona umana, il resto è senso acuto e ilare dell'esistenza...ovvero poesia, a cui aggrapparsi come all'ancora di un corrimano". 




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SOCIETA'
21 dicembre 2011
AA.VV. "Il Cortile dei Gentili. Credenti e non credenti di fronte al mondo d'oggi", Donzelli, Roma 2011, pp.145.

"Una raccolta di scritti di vari autori intorno al dialogo tra credenti e non di fronte alle sfide di un mondo che cambia. Il tentativo che emerge da queste pagine è quello di far sì che il dialogo sia un effettivo attraversarsi e non una finzione in cui ognuno resta sulle proprie posizioni. Sono i pressanti cambiamenti in atto e la ricerca continua della verità a richiedere che non si rimanga sulla soglia e che nel cortile che precede il tempio si discuta e si decida, dando corpo a quell'alleanza per l'uomo da cui soltanto può venire un possibile governo del cambiamento. Gianfranco Ravasi ci insegna a stare sulla frontiera, sulla soglia come direbbe Bonnefoy, a convertirci reciprocamente e a "far crescere lo stelo delle domande, ma anche a far sbocciare la corolla delle risposte", perchè "il vero soggetto della fede -egli dice- è una comunità e non un individuo isolato". Julia Kristeva osa l'umanesimo, compie un excursus tra autori della modernità anche molto diversi tra loro, tenendo presenti il bisogno di credere e il desiderio di sapere come termini tra loro dialettici che le consentono di tematizzare questioni attualissime e di declinare contemporaneità e prospettiva di un nuovo umanesimo, analitico e multiversale. Sergio Givone mette a fuoco la raffinata novità del nichilismo, che va oltre l'ateismo, cerca di salvare la finitudine umana, ma tace sullo scandalo del male. Non c'è tragedia in tutto ciò, più facilmente cinismo. Il tema è anche oggetto dell'intervento di Massimo Cacciari che riprende la riflessione di Simone Weil sulla fisica assoluta, sull'insensatezza per il nichilista di ogni interrogazione che provi ad andare oltre tà physikà, le cose fisiche. Il carattere relativista intrinseco a questa impostazione viene recepito nel corposo scritto di Augusto Barbera e viene collegato ad un'idea radicale della libertà, intesa come puro volere, che confligge con quell'incontro tra costituzionalismo liberale e personalismo cristiano che sta alla base delle Costituzioni del dopoguerra tra le più innovative, tra cui quelle italiana e tedesca. Interessante la riflessione a tutto campo che egli sviluppa sul tema della laicità e della dignità della persona umana, applicato alle questioni più attuali e tenendo presente il dettato costituzionale. L'idea di una libertà che possa estrinsecarsi a suo piacimento avendo come limite soltanto quella altrui non ha copertura costituzionale, sostiene Barbera, facendo notare le problematicità che discendono da una simile pratica per i singoli e la comunità. Il dettato e lo spirito della Costituzione incentivano la laicità come metodo, lo sviluppo della personalità, il rispetto delle minoranze, stimolano il dubbio, il senso del limite, lo spirito critico e la misura nel giudicare, presuppongono un'etica della discussione e la comprensione dialogica nella sfera pubblica tra le rispettive convinzioni morali. Questa impostazione viene messa alla prova su tutta una serie di questioni eticamente sensibili, sulle quali -secondo il costituzionalista- va rinnovato l'incontro tra le culture più avvertite che hanno fondato il patto costituzionale. No, quindi, ad un moderno 'habeas corpus', no alla persona come sommatoria di diritti, sì alla persona come entità irriducibile cui vanno riconosciuti diritti fondamentali; persona come fondamento e limite delle libertà costituzionali, titolare di diritti e doveri, inserita in relazioni sociali e per questo responsabile. Infine, i contributi di uno scienziato credente Vincenzo Balzani che propone un'alleanza per custodire l'astronave Terra, puntando sulla distinzione (non contraddizione) tra scienza e fede, e sulle energie rinnovabili e poi l'intervento conclusivo di Giuliano Amato che rinnova la critica al relativismo etico, ad un'idea della libertà che è l'altra faccia del desiderio compulsivo e consumistico, da cui origina l'ybris umana, e spinge a ritrovare gli elementi di fondo comuni a credenti e non credenti per tentare una ricostruzione e un nuovo umanesimo sempre più necessari".




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19 dicembre 2011
Cari Amici, Miguel Gotor è ancora con noi per riflettere sulla nuova fase politica. Grazie al Pd di Civitanova Marche. Non mancate. Daniele




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SOCIETA'
17 dicembre 2011
700 ANNI. E POI?
 
ARTICOLO APPENNINO CAMERTE

 Cari Amici, di seguito potete leggere un mio articolo che è stato pubblicato su l'Appennino Camerte di venerdì 16 Dicembre. Saluti. Daniele. 

700 ANNI. E POI?

Le celebrazione per i 700 anni della fondazione di Castelraimondo costituiscono un’occasione per rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità che nel tempo è cresciuta senza sviluppare parallelamente un forte sentimento d’identità e una comunità di destino.

E’ la storia stessa di questo Comune a dircelo. Fin dagli inizi terra contesa e occupata, Castelraimondo ha trovato la sua vera autonomia con l’Unità d’Italia, nel 1861, ricorrenza anch’essa celebrata nell’anno corrente e il cui legame ideale con quella della fondazione andrebbe maggiormente rimarcato.

Lo sviluppo di Castelraimondo sta in alcuni semplici dati: nel 1502 i tre insediamenti che poi daranno vita al Comune assommano circa 1200 abitanti, trecentocinquanta anni dopo nel 1861 gli abitanti sono 3224, circa duemila in più, presso a poco gli stessi che il Comune acquisirà in aggiunta nei successivi centocinquant’anni, fino ai circa 5000 abitanti di oggi.

Le attività economiche nel 1814 erano, oltre all’agricoltura, quelle costituite da tre “cocciari”, cinque “bottai”, quattro fabbri e tre calzolai, mentre oggi -nonostante gli effetti della crisi- il tessuto produttivo, artigianale e commerciale è di ben altra consistenza.

Al punto che Castelraimondo, stante quanto ci dicono economisti urbani come il prof. Calafati, è non solo un importante crocevia montano, ma una realtà strettamente connessa a Camerino, il cui sistema locale ha un doppio fuoco, ossia non ha un comune “centroide” o prevalente, ma un centro a due teste, Camerino e Castelraimondo.

Ciò è testimoniato dal fatto che la popolazione che anticamente Camerino vantava, oggi è distribuita sostanzialmente nei due centri, e Castelraimondo non è più da tempo la “stazione” di Camerino. Questa consapevolezza dovrebbe spingere gli amministratori dei due Comuni ad inaugurare una stagione di maggiore collaborazione, anche per far fronte agli effetti della crisi economica in atto.

Le celebrazioni, infatti, dovrebbero servire non solo a qualche legittimo festeggiamento o -come opportunamente si è fatto- a rinnovare degli studi storici sulla nostra comunità, ma anche a condividere un’idea di sviluppo del territorio, atteso che siamo di fronte a profondi cambiamenti nei modi di produzione che riguarderanno la vita dei cittadini amministrati.

La crisi di importanti realtà produttive del territorio deve impegnare a investire in nuovi settori dello sviluppo e a creare nuove opportunità di crescita e di lavoro.

Uno di questi è sicuramente quello rappresentato dal turismo, dalla cultura e dallo sviluppo di un terziario evoluto, che potrebbe avvenire secondo una logica distrettuale, sulla scia delle esperienze dei distretti culturali evoluti studiati e promossi da economisti culturali come il prof. Sacco.

Ci sono importanti progetti di riqualificazione in corso che coinvolgono soggetti pubblici e privati: penso al Parco fluviale urbano, alla rifunzionalizzazione dell’area Alfa, al riutilizzo del complesso storico-architettonico della Torre del Parco, fino all’unicum rappresentato dal Castello di Lanciano, inclusa l’area circostante. Essi vanno dibattuti, facendo in modo che il loro potenziale ambientale, culturale, commerciale e turistico produca effettivamente nuova economia e nuova occupazione.

Stiamo parlando di un continuum, tematizzato anche nello studio dell’Arch. Salmoni sulla variante generale al Prg, che richiede una visione d’insieme e che avrebbe bisogno della promozione di un recupero e restauro ambientale di aree adiacenti e di parti del patrimonio storico-artistico come i mulini duecenteschi e il ponte romano di Torre del Parco e l’ultimo piano del Castello di Lanciano, al fine di creare percorsi e itinerari specifici.

Questi interventi potrebbero rientrare in un progetto integrato di recupero del sistema difensivo del Ducato dei Da Varano, dove includere altri beni bisognosi d’intervento come le Torri di Crispiero, Torre Beregna e la Rocca di Sentino. Un progetto che dovrebbe vedere protagonsti i Comuni di Camerino e Castelraimondo, le due Comunità Montane, la Provincia di Macerata, la Curia Arcivescovile, la Sovrintendenza, consentendo il recupero di un patrimonio culturale che rischia la definitiva rovina, mentre potrebbe ancora rappresentare un brand turistico di richiamo e dare vita a forme moderne di gestione.

Il progetto potrebbe intercettare risorse europee o più semplicemente essere inserito nell’ambito del riparto delle risorse statali dell’otto per mille, purchè predisposto, promosso e veicolato secondo un’adeguata azione di lobbing.

Sarebbe credo il modo migliore per onorare la ricorrenza del settecentenario di quel castrum che fu parte essenziale di quel sistema e per unire passato e futuro intorno all’idea di un nuovo sviluppo possibile e necessario.

Daniele Salvi




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